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1585 - Il pomodoro di Castore Durante
[I pomodori] mangiasi nel medesimo modo che le melanzane, con pepe, sale e olio, ma danno poco e cattivo nutrimento.
In: DURANTE Castore, Herbario novo. Roma, Bericchia e Tornieri, 1585.

1705 – I pomodori dei Gesuiti
Questi frutti detti pomodoro sono quasi simili alle mele, si coltivano nei giardini e si cuociono nel modo seguente: pigli li detti pomi, tagliali in pezzetti, mettili in tegame con olio, pepe, sale, aglio trito e mentuccia di campagna.
Li farai soffriggere col rivoltarli spesso e se ci vorrai aggiungere un poco di molignane tenere [melanzane] e cocuzze lunghe [zucchine] ci faranno bene.
In: GAUDENTIO Francesco, Il Panunto toscano. Bologna, Forni, 1990.

1773 – Il Cuoco Galante e i pomodori
[I pomodori…] per servirli bisogna prima rotarli su le braci o, per poco, metterli nell’acqua bollente per toglierli la pelle. Se li tolgono i semi o dividendoli per metà, o pure facendoli una buca..
In: CORRADO Vincenzo, Il cuoco galante. Napoli, Raimondi, 1773.

[1831]
Altri cantin la Fava, ed il Finocchio,
le Pesche, l'Insalata, e l'Uova sode,
[…]
ch'io sol bramo cantar de' Pomidori,
poiché tal frutto d'alta lode è degno,
e merta stin1a, riverenza, e onori.
[…]

Se coltivar tal pomo si potesse,
ed in ogni stagione, e luogo, e clima,
d'ogni Uom saria delizia, ed interesse.
[...]
E quando poi ci condirete il riso,
avrete tosto un piatto originale
da portarvi di botto in Paradiso.
Quando vuolsi mangiare cibo immortale,
conditeci a ribocco, i Maccheroni,
piatto solo da Prence, e Cardinale,
[...]
Ed allo spiedo fatelo arrostito,
che mangerete un piatto prediletto
col Sale, Pepe, ed Olio ben condito.
[…]
Di questo cibo non si dà il migliore
se Fricassèa, e Ragù ci condirete:
ed ai Fagioli appresta almo sapore.
Capitoli berneschi in lode de’ maccheroni e de’ pomidori, Napoli, R. Marotta e Vanspandoch, 1831.

1838 - I ravioli di Paganini
In una lettera indirizzata all’amico Luigi Germi, Niccolò Paganini confessa (1838): “Ogni giorno di magro e anche di grasso, sopporto una salivazione [ossia, ha l’acquolina in bocca] rammentando gli squisiti ravioli che tante volte ho gustati alla tua mensa”. Va pazzo per i ravioli come tutti i genovesi, il grande Virtuoso; e l’anno dopo, trovandosi a Nizza quasi coi piedi nella fossa, ha tuttavia la flemma di mettersi a tavolino e di vergare con mano tremante la ricetta richiestagli, relativa al vero ripieno dei ravioli alla genovese. La descrizione, non scevra di errori d’ortografia e di sintassi, è minuziosa ma perfetta:
Per una libra e mezza di farina due libre di buon manzo magro per fare il suco (sic). Nel tegame si mette del butirro, indi un poco di cipolla ben trittolata (sic) che soffrigga un poco. Si mette il manzo e fare che prenda un po’ di colore. E per ottenere un suco consistente si prende poche prese di farina, ed adagio adagio si semina in detto suco affinché prenda colore. Poi si prende della conserva di pomodoro, si disfa nell’acqua, se ne versa entro alla farina che sta nel tegame e si mescola per scioglierla maggiormente, ed in ultimo si pongono entro dei fonghi secchi ben tritolati e pestati ed ecco fatto il suco.
Ora veniamo alla pasta per tirare le foglie senza ovi. Un poco di sale entro alla pasta gioverà alla consistenza della medesima.
Ora veniamo al pieno. Nello stesso tegame con la carne si fa in quel suco cuocere mezza libra di vitella magra, poi si leva, si tritola e si pesta molto. Si prende un cervello di vitello, si cuoce nell’acqua, poi si cava la pelle che copre il cervello, si tritola e si pesta separatamente come come (sic). Si prende un pugno di borage chiamata in Nizza Boraj, si fanno bollire, si premono molto, e si pestano come sopra. Si prendono tre ovi che bastano per una libra e mezza di farina. Si sbattono e uniti e nuovamente pestati insieme tutti gli oggetti sopra nominati, in detti ovi ponendovi un poco di formaggio parmigiano. Ecco fatto il pieno.
Potete servirvi del cappone in luogo del vitello, dei laccetti in luogo di cervello, per attenere un pieno più delicato. Se il pieno restasse duro si mette del suco. Per i ravioli la pasta si lascia un poco molla. Si lascia per un’ora sotto coperta da un piatto per ottenere le foglie sottili.
In: MORBELLI Riccardo, Il boccafina, ovvero il gastronomo avveduto. Roma (I), Casini, 1967, p. 223.

1853 – Al culmine un pomodoro
Francesco de Bourcard coordina la raccolta Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. Si tratta di una raccolta di saggi di vita napoletana compilate riunendo scritti di Mastriani, Rocco, Delbono e altri e ottenendo un “Teatro” della Napoli dei vichi e dei bassi alla vigilia dell’arrivo dei piemontesi. Naturalmente, la cucina di casa e di taverna, ha posizione preminente, pari all’eterna fame insoddisfatta di Pulcinella. Da ciò per il lettore attento l’occasione di poter risalire a ricette veraci, più spontanee di quelle del Duca di Buonvicino. Così si apprende che i veri maccheroni alla napoletana sono quelli tratti dalla caldaia con il forchettone (mai lo scolapasta!) messi ancor grondanti nel piatto; e conditi “con bianco formaggio grattugiato tratto da una piramide, ornata da strisce nere di pepe e avente al culmine un pomodoro o un fiore rosso”.
In: DAL BONO Carlo Tito, La taverna, in DE BOURCARD Francesco, Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. Napoli (I), Gaetano Nobili, 1853.

1868 – Dumas e la cucina napoletana
Mio caro Torelli,
affrontiamo la grande questione, la questione nazionale, la questione dei maccheroni; so bene che quel che vi dirò sui maccheroni a Napoli mi renderà ancor più impopolare dei miei articoli contro il municipio, dei miei attacchi contro la camorra, recentemente contro il giurì, e del mio scarso rispetto per la consorteria.
  
1887 - Vermicelli poetici in terra di Bari
“Le virtù manducatorie della provincia italiana, ai bei tempi antichi, non hanno avuto la fortuna di salire ai fastigi della poesia internazionale per opera di un Balzac o di un De Coster. Quelle dei baresi raggiunsero la loro storica altezza, per chi voglia saperlo, la sera del 31 dicembre 1887, e trovarono il loro cantore in Davide Lopez, appena ventenne”, il quale in una cena tra amici declamò questa che è una delle sue più congeniali composizioni poetiche, tutta colorita da un vivo sentimento della realtà locale. Anche se prevale un tono di falsetto barocco, non mancano nell'iperbole i toni di una più immediata sincerità realistica.
Tentiamo di dare una versione in lingua della composizione:
Verdi verdi, tesi tesi, / senza spendere assai denaro, / bollenti bollenti, una sorbita / ed il ventre vi rifocillate. // Rossi rossi, al pomodoro, / come tanti fili d'oro, / attorcigliati alla forchetta, / un boccone, ma strafine! // Ed il ventre senza fondo / vi ristora sino in fondo. / L'acquolina fa in bocca / a chi vi vede e non vi tocca. // Olenti con aglio e olio, / con lo spruzzo e lo sgombro son migliori. / Scivolando scivolando ve ne andate / se con le cozze son preparate. // Con le vongole, il profumo / apre l’anima, allarga il cuore, / A timballo, son come cosa inzuccherata! / Sempre buoni con la frittata! // Cotti nel forno, col salmone, / con uno scorfano o il capitone, / tirati al sugo di ragù, li piatti a due a due (si divorano)! // Poi le dita ti lecchi / se vi metti una cotenna; / e se si condiscono con formaggio e pepe, / quanti sono, vai giusto giusto. // Sia col grongo che col maiale / valgon di più di una moglie. / Bianchi, neri, col sugo rosso, / come sono e sono, ti lecchi le labbra! // Ehi! Una ciocca di vermicelli / al chiar di luna e nulla più! / Di fronte a questi vermicelli / ora toglietevi il cappello!
In: LOPEZ Davide, Nuovi canti baresi, Bari (I), Laterza, 1930, pp. 111-113.
Vedi anche: FIORE T., La poesia di Davide Lopez, Rieti, La Lapa, 1954, p. 5.
 
1895 - Il Segreto del mago
Per Matilde Serao l’invenzione della pasta si colloca tra sogno e magia negli esperimenti del mago Cicho:
  
XX sec., inizi - Allegoria pugliese in pummarrola
Li voglio vennere chesti tre cotte
Che songo ll’urdeme, ca è fatto notte.
So vierde e vòlleno ‘sti vermicielle.
Li ttengo tiennere e sciuliarielle…
Mo te li ‘nguacchio de pummarrola,
Nce metto ‘ncoppo lu ppecurino
E ‘na frunnella ‘e vasinicola…
Vaie ‘n Paraviso cu nu Carrino!
In: BOVIO Libero, Allegoria popolaresca dei maccheroni in una acquatinta di F. Galante di Margherita di Savoia (n. il 1884).
da: SADA Luigi, Spaghetti e Compagni. Edizioni del Centro Librario, Biblioteca de “La Taberna”. Bari (I), 1982, p. 75.
  
XX sec. - Orecchiette in versi
È diventata ormai un canto popolare questa esaltazione dei maccheroni, del poeta Pasquale Spina:
 
XX Sec. – Storia della salsa di pomodoro
C'era una volta una bimba ammalata
Perché mangiava solo insalata!
Invano la mamma le cucinava,
pastina, riso e brodo di fava.
Finché un bel giorno la poverina,
inventò per le una salsina.
Sei pomodori, olio d’oliva,
e già saliva
dalla cucina un profumino,
da lasciar senza fiato ogni vicino.
Tutti annusavano a bocca aperta:
“Ma questa sì che è una scoperta!”
Miei cari bimbi, era stata inventata
Di pomodoro la salsa più amata.
In: CIPRIANI Carmela – CIPRIANI Arrigo, Pappe da favola. Milano, Sperling & Kupfer, 1995.

1913 - La profezia di Bizzozero
L’accoppiata Parmigiano-pomodoro, così popolare attualmente, non è documentata a Parma che a partire dal primo Novecento, quando la coltivazione di pomodori iniziò la sua diffusione su vasta scala.
Infatti nel 1913 Antonio Bizzozero, pioniere della modernizzazione dell’agricoltura parmense dichiarò: “state pur certi che i maccheroni al sugo con pomidoro, col relativo condimento di burro di pura panna e Parmigiano stravecchio, diverranno due istituzioni mondiali”. È il caso di dire che fu buon profeta.
In: Agricoltura parmense. Numero speciale de L’Avvenire Agricolo. Parma (I), anno 45, maggio 1937, p. 113.

1926 - Spaghetti House
In un sonetto intitolato Spaghetti House e scritto in quella lingua mezzo inglese e mezzo italiana dei padroni di ristoranti italiani di New York di inizio secolo, se ne fa parlar uno così:
Dica, signor, come li vuole, al dente?
Tomato sauce e parmigiano cheese;
Tutto italiano, sa, pur la padella,
Il basilico, il chef e l'assistente.
Li vendon cotti now in farmacia,
(Figli di un cane!) I mean il drug store,
E in tutti i presto luncheons e luncheonettes
Di questa terra di rabdomanzja.
Ma qui, da me, amico e servitore
D'ogni italiano e d'ogni buon custome,
C'è l'arte culinaria del Paese,
Dove ogni fiore smells e di che odore!
Malinconie, lo so, per questa gente,
Son le parole mie. Ma, never mind,
Ne parleremo un'altra volta a cena...
Monzù: un expresso pel signore… al dente!
Spaghetti House: Casa degli spaghetti, ovvero Trattoria. Tomato sauce: salsa di pomodoro. Cheese: formaggio. Chef: capo-cuoco. Now: adesso I mean: intendo dire. Drug store: farmacia. Presto luncheons: trattorie. Luncheonettes: piccole trattorie. Custome, da customer: avventore. Smells: odora. Never mind: non fa niente.
da: PREZZOLINI Giuseppe, Spaghetti dinner. Milano, (I) Longanesi, 1957; Maccheroni & C., Milano (I), Rusconi, 1998, pp. 58-59.

1927 – Pomodori da premio di poesia
Lui furibondo sbuffa
“Che minestra scipita”!
Lei singhiozza avvilita…
Quale scenetta buffa!
Entra la cameriera,
riporta la zuppiera.
Passan pochi minuti…
I due non son più muti,
la minestra è mangiata,
la pace è ritornata.
Lei sorride: “Che scema,
soffrir tanto martirio…
bastava un po’ di pomodoro Cirio”.
In: “Domenica del Corriere”, 1927. Poesia inviata da un concorrente al concorso di poesia indetto dal giornale e vincitore del primo premio.
 
1930 - Il risotto di Giovanni Pascoli
Amico, ho letto il tuo risotto in... Ahi!
È buono assai! Soltanto è un po’ futuro
con quei tuoi: «tu farai, vorrai, saprai!».
Questo è del mio paese, è più sicuro
perché.... presente. — Ella ha tritato un poco
di cipollina in un tegame puro,
V'ha messo il burro dal color di croco
o zafferano (è di Milano!) a lungo
quindi ha lasciato il suo cibreo sul fuoco.
Tu mi dirai «burro e cipolla?». Aggiungo
che v’era ancora qualche fegatino
di pollo, qualche buzzo, qualche fungo.
Che buono odor veniva dal camino!
Io già sentivo un poco di ristoro
Dopo il mio greco, dopo il mio latino
Poi v’ha spremuto qualche pomodoro
Ha lasciato covare chiotto chiotto,
in fin ch'ha preso un chiaro color d'oro.
Soltanto allora ella v'ha dentro cotto
il riso crudo come dici tu.
Già suona mezzogiorno; ecco il risotto
il buon risotto che mi fa Mariù.
Giovanni Pascoli in “La Cucina italiana” 1930, n. 6, giugno, p. 1.

1949 - Pomodoro che passione
“… l’uomo è un maccherone: però non è sicuro
se riesce mollo mollo o se è di grano duro,
se vuole cacio e burro, o invece è molto amante
di salsa parigina pepata e stuzzicante.
La donna è il pomodoro che aggarba il vermicello:
che gusto, che colore, che tocco di pennello!...”.
In: GAROFALO G. e CAMPANINO M., Maccheroni che passione! (canzone del 1949).
da: MANCUSI SORRENTINO Lejla. Maccheronea. Storia, aneddoti, proverbi, letteratura e tante ricette. Napoli (I), Grimaldi & C., 2000, p. 43.
 
1950 - Maccheroni Natalizi
[…] Ma, naturalmente, prima, due vermicelli. I vermicelli ci vogliono; senza vermicelli, Rafè, un pranzo non è un pranzo. E come ce li facciamo fare? Al pomodoro? O aglio e oglio? O alla marinara, con olive e capperi? Quasi quasi io direi di farci portare mezza porzione in un modo, mezza in un altro, e mezza di rigatoni stufati, no?…
  
1954 - Partenope in cucina
“… e stanno per giungere i maccheroni, già ne sentite l'odore, già una mano gentile vi colloca all'altezza del cuore la più straordinaria trovata culinaria che conti e vanti la storia del mondo. Il momento è solenne: non lo sciupate, per carità, con un gesto violento, con un colpo di tosse, Con un pensiero irriguardoso. Ma impugnate invece con la destra la forchetta, lasciate stare il cucchiaio inutile, affondate bocca naso mento nella fumante matassa, nell'incomparabile groviglio e pensate che anche voi, finalmente, siete chiamato alla mensa degli Dei per dividere il nettare al pomodoro...
… è così schietto e saporoso modo di condir le magnifiche paste di Gragnano o di Nocera che non occorre lodar altre doti ma soltanto consigliarle, queste linguine aglio e olio al forestiero…”.
In: STEFANILE Mario, Partenope in cucina. Napoli (I), L’Arte Tipografica per Azienda Autonoma di Soggiorno di Napoli, 1954.
 

1954 – Ode al pomodoro
Un grande poeta, Pablo Neruda, ha scritto le “Odi elementari”, poesie dedicate alle cose che circondano l'uomo, anche minuscole, ma sempre essenziali anche se a volte passano inosservate. Vi si parla anche delle cose della nostra cucina: il pane, la patata, il pomodoro, la cipolla, il carciofo, la castagna, il miele, l'olio, il limone, la mela, la prugna, il cocomero. Così riaffiorano ricordi d’infanzia e dei primi indimenticabili incontri.
In: NERUDA Pablo, Odi elementari, 1954.

ODE AL POMODORO
La strada
si riempì di pomodori,
mezzogiorno,
d’estate,
la luce
si divide
in due
metà
di pomodoro,
corre
per le strade
il succo.
A dicembre
senza pausa
il pomodoro,
invade
le cucine,
entra per i pranzi,
si siede
riposato
nelle credenze,
tra i bicchieri,
le matequilleras (portaburro)
la saliere azzurre.
Emana
una luce propria,
maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo,
assassinarlo:
affonda
il coltello
nella sua polpa vivente,
è un rosso
viscere,
un sole fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare
è lasciato
cadere
l'olio,
figlio
essenziale dell'ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
esalta il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno
il prezzemolo
issa
la bandiera,
le patate
bollono vigorosamente,
l'arrosto
colpisce
con il suo profumo
alla porta,
e ora!
andiamo!
e sopra
il tavolo, nel mezzo
dell'estate,
il pomodoro,
astro della terra,
stella
ricorrente
e feconda,
ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l'insigne pienezza
e l'abbondanza
senza ossa,
senza corazza,
senza squame né colonna vertebrale,
ci offre
il dono
del suo colore focoso
e tutta la sua freschezza.
(Pablo Neruda)

1955 – Caruso alla pommarola
Enrico Caruso, adorato come un benefattore dell’umanità e che, da buon napoletano, era un formidabile divoratore di spaghetti, insegnava di tanto in tanto ai suoi amici americani, fiero com’era della sua reputazione di ottimo cuoco, il modo di cuocerli e di condirli. I giornali riportarono la cosa e la fama di Caruso si rifletté sugli spaghetti. Ogni volta che egli entrava in un ristorante - racconta il pianista Rubinstein - tutti i presenti, che lo riconoscevano subito, sospendevano il pasto per osservare come avrebbe mangiato gli spaghetti: con la forchetta? e tenendola con la mano destra o con la sinistra? o li avrebbe avvoltolati? e come avrebbe tagliato gli spaghetti pendenti? col coltello o col cucchiaio? gravi interrogativi per gli attentissimi spettatori.
Ma una sera Caruso s’infuriò nel vedersi centro di tanta curiosità: gettò sul piatto la forchetta, prese una manciata di spaghetti alla pommarola (col pomodoro) e se la ficcò nella bocca spalancata, macchiandosi faccia, cravatta e vestito.
In: ARTIERI Giovanni, Siparietto. RAI, 2° programma radiofonico ore 23.30, 1955, 6 settembre.
 
1955 - Pepe, pomodoro e maccheroni
“… davanti a sé, nel basso, una zuppiera colma di spaghetti. Una zuppiera tutta per sé. Dentro c'è un chilo di pasta. E’ stata allora allora scodellata. Infatti fuma. Con una forchetta acchiappa un etto di vermicelli per volta. Gli altri mangiano nei piatti normali. Lui no. Lui è il capo di casa e si serve da una zuppiera. Gli spaghetti sono rosso fuoco. Ogni tanto vi butta dentro il pepe, li copre di pepe. Nella stanza si spande, mischiato, l'odore del pepe e del pomodoro”.
In: PEYRCE Guglielmo, su Il Tempo, 30 Agosto 1955.
 
1964 - Viva la pappa col pomodoro
Vi va la pappappappa
col popopopopopopomo doro
Viva la pappappappa
che è un capopopopopopola voro
Vi va la pa pa pappapa
col popopomo dor 
La storia del passato
ormai ce l'ha insegnato
che il popolo affamato
fa la rivoluzion
ragion per cui affamati
abbiamo combattuto
perciò buon appetito
facciamo colazion. 
Viva la pappappappa
col popopopopopopomodoro
...  
La pancia che borbotta
è causa del complotto
è causa della lotta
abbasso il direttor
la zuppa ormai l'è cotta
e noi cantiamo tutti
vogliamo detto fatto
la pappa al pomodor 
Viva la pappappappa
col popopopopopopomodoro 
Sigla del telefilm “Giamburrasca”, tratto da “Il giornalino di Giamburrasca” scritto nel 1920 da Luigi Bertelli (1858-1920) in arte Vamba, cantata da Rita Pavone
(Nino Rota, Lina Wertmuller)
Arrangiamento Louis BacalovEd. BMG-Ricordi, 1964.
 
1984 - Il monumento al mangiatore di pomodoro
In una città americana [a Salem, nel Massachussets] c’è un monumento a Michele Felice Corne. Questo personaggio è stato reso famoso perché fu il primo ad avere il coraggio di mangiare un pomodoro, sfidando la superstizione secondo la quale era considerato velenoso.
PRESCIUTTI Aurelio, La cucina che passione. Firenze, Il candelaio, 1984.
 
1985 - Il passato di pomodoro
“A me il passato di pomodoro viene benissimo”.
“E come lo fai?”
“Io pomodorai, tu pomodorasti, egli pomodorò, noi pomodorammo, voi pomodoraste, essi pomodorno!”
“Che cos’è ‘essi pomodorno’?
“Conserva difettosa!”.
In: SILVER, I casi di Zuzzurro e Gaspare. Milano, Glénat, 1985.
 
1992 - Pomodoro pacifista
È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un paesaggio fondamentale dell’alimentazione umana. […]
Non fate la guerra, ma pane e pomodoro […] Ovunque e sempre.
Pane. Pomodoro. Olio. Sale.
E dopo l’amore, pane e pomodoro e un po’ di salame.
In: MONTALBÀN, Manuel Vàzquez, Ricette immorali. Milano, Feltrinelli, 1992.
 
1992 - Nasce la pasta con “a pummarola”
Sembra impossibile che Napoli abbia potuto vivere, per tanti secoli, senza pommarola: ora si prende la rivincita, il cafone interrompe il lavoro per mangiarsi uno di quei frutti (così appare, ma botanicamente è una bacca), aperto in due, cosparso di poco sale; la donna di casa si alza di buon’ora, all’epoca del raccolto, per preparare la conserva, essiccata al sole, per l’inverno. Il trionfo è completo quando nel 1839, almeno in base al codice del Duca di Bonvicino, la salsa di pomodoro, violentemente rossa, densa “concettosa”, si unisce ai maccheroni.
In: ALBERINI Massimo, Storia della cucina italiana, Casale Monferrato, Piemme, 1992.
 
1993 – Cucina “a luci rosse”
La scoperta del pomodoro ha rappresentato, nella storia dell’alimentazione, quello che per lo sviluppo della coscienza sociale, è stata la rivoluzione francese. … La cucina Partenopea è una “cucina a luci rosse” per la presenza illuminante sulla nostra mensa di quel meraviglioso prodotto della natura, fatto a forma di lampadina, noto a tutti come il pomodoro Sammarzano.
In: DE CRESCENZO Luciano, Croce e delizia. Milano, Mondadori, 1993.

1996 - Spaghetti all’acqua di mare
Ad Amalfi il mare era il nostro cibo. Da ragazzi prima e da giovanotti poi ci siamo nutriti di mare. Alla spiaggia intingevamo il tarallo nell’acqua salsa. Bagnato diventava morbido e saporito. Aspettavamo l’onda e allungavamo la mano. […]
Più tardi, al buio, per non farsi vedere, arrivavano le donne a riempire le piccole anfore di terracotta. Entravano in acqua a piedi scalzi, si attorcigliavano la gonna sopra le ginocchia e immergevano la brocca che si riempiva con un rapido gorgoglìo. Ogni tanto arrivava una contravvenzione: era proibito per legge attingere acqua dal mare. Ma, alla fine, il maresciallo della Finanza cedeva alle preghiere e ai segni di rispetto, cancellando la multa. L’importante era che in casa non mancasse mai l’acqua di mare.
Cuocere gli spaghetti mescolando una tazza di acqua salata all’acqua dolce significava dare loro un vigore tale che, conditi con aglio e olio, pomodoro, prezzemolo e peperoncino, non solo mantenevano una cottura “al dente”, al punto che ogni spaghetto faceva rumore cadendo nel piatto, ma acquistavano un sapore di pasta condita col sugo di pesce. Difatti il vero nome di questa minestra è: spaghetti al pesce “fuiuto”, cioè al pesce fuggito. Una perla della cucina povera.
In: AFELTRA Gaetano, Spaghetti all’acqua di mare. Salerno (I), Avagliano, 1996, pp. 60-64.


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created: 23/06/2004
modified: 04/08/2017
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