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  1895 - Il Segreto del mago
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Per Matilde Serao l’invenzione della pasta si colloca tra sogno e magia negli esperimenti del mago Cicho:

“Cicho era un mago buono. Egli lavorava per la felicità dell’uomo e tale altissimo scopo gli era innanzi agli occhi come una visione animatrice. Alla fine, dopo molti anni di travaglio, egli poté dire di avere raggiunta la sua meta, gridando anche lui la parola del greco Archimede, di fronte a tanta scoperta. Poi, come usano gli inventori, si occupò a vezzeggiare la sua scoperta, a carezzarla, a darle forme svariate e seducenti, a perfezionarla, in modo da poter dire agli uomini: “Eccola qui! Io ve la dono bella e completa!”

Abitava accanto a Cicho il mago, una donna maliziosa, astuta e linguacciuta. La donna si chiamava Jovannella di Canzio ed era moglie di uno sguattero del re. Malvagia e pettegola, Jovannella spiava giorno e notte il vecchio stregone, avendo giurato a se stessa di scoprire i suoi segreti, anche se dovesse costarle la morte. E tanto fece e tanto spiò che un bel giorno vide e comprese tutto.

La nostra fortuna è fatta - disse Jovannella al marito Giacomo e andò dal re a presentare la sua scoperta. In tre ore Jovannella assolse alla sua bisogna: Prese prima fior di farina, la impastò con poca acqua, sale e uova, maneggiando la pasta lungamente per raffinarla e per ridurla sottile, sottile come una tela; poi la tagliò con un coltellaccio in piccole strisce; queste arrotolò a forma di piccoli cannelli e fattane una grande quantità, essendo morbidi e umidicci, li mise ad asciugare al sole.

Quando l’ora del pranzo fu venuta, ella tenne preparata una caldaia d’acqua bollente dove rovesciò i cannelli di pasta: intanto che cuocevano ella grattugiò una gran quantità di quel dolce formaggio che ha nome da Parma e si fabbrica in Lodi.

Cotta a punto la pasta, la separò dall’acqua e in un bacile di maiolica la condì mano mano con una cucchiaiata di formaggio e un cucchiaio di salsa. Così fu la vivanda famosa che andò innanzi al grande Federico, il quale ne rimase meravigliato e compiaciuto; e chiamata a se la Jovannella di Canzio le chiese come aveva potuto immaginare un connubio così meraviglioso e stupendo. La rea femmina disse che ne aveva avuto rivelazione in sogno, da un angelo: il gran re volle che il suo cuoco apprendesse la ricetta e donò a Jovannella cento monete d’oro.

Cicho il mago, passeggiando un giorno per un vicolo di Napoli, fu colpito dal profumo che veniva da un’abitazione sotterranea. Entrò in questa casa, vide una pentola sul fuoco e un tegame, domandò ansiosamente di che si trattava, e seppe dei maccheroni che un angelo aveva rivelati ad una donna, e che erano ormai il cibo di tutta la città. Nessuno sentì più parlare di lui. Com’è naturale, la gente disse che il diavolo aveva portato via il mago.

Ma venuta a morte la Jovannella dopo una vita felice, ricca ed onorata, come la godono per lo più i malvagi, malgrado le massime morali in contrario, nella disperazione, nell’angoscia, confessò il suo peccato e morì urlando come una dannata. Neppur tarda giustizia fu resa a Cicho il mago: solamente la leggenda soggiunge che nella casa di via dei Cortellari, dentro alla stanzuccia del mago, alla notte del sabato, Cicho il mago ritorna a tagliare i suoi maccheroni, Jovannella di Canzio gira il mestolo nella salsa del pomodoro, il diavolo con una mano gratta il formaggio e con l’altra soffia col mantice sotto la caldaia.

Ma diabolica o angelica che sia la scoperta di Cicho, essa ha formato la felicità dei napoletani e nulla indica che non continui nei secoli dei secoli”.

In: SERAO Matilde, Leggende napoletane. Libro di immaginazione e di sogno. Roma (I), Perino, 1895, pp. 49-55.


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created: 23/06/2004
modified: 23/06/2004
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